Sebastiano Trippa, 54 anni, non era un uomo qualunque. La sua vita era stata una serie di sfortunati eventi, scanditi da scelte difficili e conseguenze inevitabili. Originario di un piccolo paese della Sicilia, Sebastiano era cresciuto in una famiglia povera, figlio di contadini che lottavano ogni giorno per mettere un pasto in tavola. Da giovane, aveva sognato una vita diversa, lontana dai campi e dalla fatica, ma la realtà era stata un duro colpo. La scuola non era mai stata una vera opzione per lui: a 14 anni già lavorava nei campi, e a 20 era coinvolto in attività illegali che gli avevano promesso denaro facile e una via di fuga dalla miseria. Il contrabbando fu il primo passo verso un mondo che non avrebbe mai immaginato di conoscere così bene. All'inizio, si trattava di piccole operazioni, traffici di sigarette e alcolici, ma ben presto Sebastiano si ritrovò invischiato in affari molto più grandi e pericolosi. Armi, droga, estorsioni: il giovane che aveva sognato una vita migliore si ritrovò intrappolato in una spirale di violenza e criminalità dalla quale non riusciva a uscire. Per anni, Sebastiano visse così, sempre sul filo del rasoio, fino a quando la sorte gli voltò le spalle. Un'operazione finita male lo portò dritto nelle mani della polizia. Le prove contro di lui erano schiaccianti, e Sebastiano fu condannato a trent'anni di carcere. Sebastiano fu rinchiuso in uno dei penitenziari più duri d'Italia, una prigione di massima sicurezza situata nell'entroterra, lontano da tutto e da tutti. Le celle erano fredde e umide, e le guardie erano spietate. I giorni si trascinavano lenti, scanditi da una routine rigida e opprimente. Tuttavia, Sebastiano non era un uomo che si lasciava abbattere facilmente. Anzi, quella condanna gli diede una nuova determinazione: non sarebbe morto lì dentro. Fin dal primo giorno, Sebastiano iniziò a studiare il carcere con la stessa meticolosità con cui aveva pianificato i suoi colpi. Osservava tutto: le abitudini delle guardie, i turni di sorveglianza, i movimenti dei detenuti. Ogni dettaglio era importante. La sua mente era costantemente al lavoro, cercando di individuare una via di fuga. Tuttavia, sapeva che un'evasione non poteva essere improvvisata: avrebbe richiesto tempo, pazienza e, soprattutto, alleati. Sebastiano iniziò a costruirsi una rete di contatti all'interno della prigione. Con la sua astuzia e il suo carisma, riuscì a guadagnarsi la fiducia di alcuni detenuti e, cosa ancora più difficile, a corrompere una guardia. Quest'ultima mossa fu la chiave del suo piano: un giovane agente con problemi economici, che accettò di chiudere un occhio in cambio di una cospicua somma di denaro. Sebastiano sapeva che non poteva fidarsi completamente di lui, ma era disposto a correre il rischio. Dopo anni di preparativi, finalmente arrivò il giorno dell'evasione. Era una notte di fine autunno, fredda e senza luna, ideale per muoversi nell'ombra. Il carcere era parzialmente in ristrutturazione, e Sebastiano aveva individuato una zona meno sorvegliata, dove i lavori avevano lasciato alcune sezioni temporaneamente vulnerabili. Il giovane agente corrotto si era impegnato a distrarre i colleghi, garantendo così a Sebastiano il tempo necessario per mettere in atto il suo piano. Alle tre del mattino, quando la prigione era immersa in un silenzio surreale, Sebastiano si mosse. Era vestito di scuro, con abiti che aveva messo da parte per mesi, cuciti a mano con materiali recuperati nel carcere. Si mosse con cautela lungo i corridoi, evitando ogni possibile rumore che potesse tradirlo. Il cuore gli batteva forte nel petto, ma la sua mente era fredda e lucida. Raggiunse la sezione in ristrutturazione senza essere visto. La guardia corrotta, come promesso, aveva lasciato aperta una piccola porta di servizio che dava su un cortile interno. Oltre quel cortile, una vecchia rete arrugginita segnava il confine del carcere. Sebastiano si fermò un attimo, ascoltando il silenzio della notte. Poi, con un ultimo sguardo al cielo nero sopra di lui, si infilò nella porta e iniziò a correre. La rete fu facile da scavalcare: anni di allenamento fisico in prigione lo avevano mantenuto in forma, e in pochi istanti fu dall'altra parte. Si trovava ora in una zona abbandonata, un vecchio magazzino che era stato lasciato a se stesso da anni. Sebastiano si fermò solo un attimo per riprendere fiato, poi si incamminò verso la libertà. Aveva pianificato ogni dettaglio della sua fuga: un vecchio amico di gioventù lo attendeva a qualche chilometro di distanza, pronto a portarlo via e a nasconderlo in una casa sicura. Quando finalmente raggiunse l'auto del suo amico, Sebastiano sentì un'ondata di sollievo invaderlo. La prigione era ormai alle spalle, ma sapeva che non poteva abbassare la guardia. La fuga era solo il primo passo; ora doveva sparire senza lasciare traccia. Aveva pianificato tutto: un nuovo nome, documenti falsi e una destinazione lontana, fuori dall'Italia. Il mondo là fuori era cambiato molto da quando era stato rinchiuso, ma Sebastiano era pronto a ricominciare. La macchina si allontanò nella notte, e con essa svanì l'uomo che un tempo era stato Sebastiano Trippa. Ora, con una nuova identità e una seconda possibilità, era deciso a non commettere più gli errori del passato. Questa volta, avrebbe vissuto nell'ombra, lontano da tutto ciò che lo aveva portato alla rovina. La libertà era un dono prezioso, e Sebastiano sapeva di doverla custodire con cura.